11) Kant. Le antinomie della ragione.

Nella dialettica trascendentale Kant tratta delle antinomie della
ragione pura. Esse sono naturali, quindi ineliminabili, anche se 
possibile renderle innocue. La stessa contraddizione fra
intelletto e ragione  inevitabile come dimostrano le lunghe
battaglie fra di loro. Kant si augura che alla fine esse si
separino da buone amiche.
I. Kant, Critica della ragion pura, Parte secondo, Dialet. Trasc.,
Introduzione (pagine 369-372).

Per Antitetica intendo, il contraddittorio delle conoscenze
dogmatiche formate secondo l'apparenza (thesis cum antithesi),
senza che si attribuisca ad arbitrio alcun diritto di prevalenza
all'una piuttosto che all'altra. L'antitetica non si occupa dunque
affatto di affermazioni unilaterali, ma considera cognizioni
universali della ragione soltanto in base alla loro contraddizione
reciproca e alle cause di questa. L'antitetica trascendentale 
una ricerca sull'antinomia della pura ragione, e su le cause e il
risultato di essa. Se noi impieghiamo la nostra ragione non solo
per l'uso dei princpi fondamentali dell'intelletto su oggetti
dell'esperienza, ma ci arrischiamo a estender questi oltre i
limiti di questa, ne scaturiscono teoremi di raziocinio, che
nell'esperienza non desiderano conferma n posson temere
confutazione, ma trovano anzi le condizioni della propria
necessit nella natura della ragione, salvoch per avversa ventura
il principio opposto ha dalla sua parte altrettanto validi e
necessari fondamenti per affermarsi.
Le questioni che si presentano spontaneamente in una siffatta
dialettica della ragion pura, sono: 1) in quali proposizioni
dunque la ragion pura sia propriamente soggetta a un'antinomia; 2)
da quali cause dipenda questa antinomia; 3) se e in qual maniera
in mezzo a tale contraddizione rimanga tuttavia aperta alla
ragione una via verso la certezza.
Un teorema dialettico della ragion pura deve pertanto avere in s
questo momento di distinzione da tutte le proposizioni sofistiche,
che esso non concerne una questione arbitraria proposta solo in
certo intento a piacere, ma una questione in cui deve
necessariamente imbattersi ogni ragione umana nel suo processo; e
in secondo luogo, che esso, in una col suo opposto, non reca con
s una mera illusione artificiosa, che quando  presa in
considerazione svanisce, ma un'apparenza naturale e inevitabile;
la quale istessa, anche se non se ne rimane pi ingannati, pur
sempre illude, sebbene non mentisca, sicch pu venir ridotta ad
innocua, ma non mai estinta.
Una dottrina dialettica siffatta non si riferir all'unit
dell'intelletto nei concetti dell'esperienza, ma all'unit della
ragione nelle pure idee: le condizioni di questa, - dato che essa
deve essere congruente con la ragione, prima di tutto come sintesi
secondo regole dell'intelletto, e ad un tempo come unit assoluta
di quella, - quando essa sia adeguata all'unit della ragione,
saranno troppo grandi per l'intelletto, e se proporzionate
all'intelletto, troppo piccole per la ragione. Da ci deve
pertanto scaturire una contraddizione, che non pu essere evitata,
sebbene si possa porvi mano come si vuole.
Queste affermazioni raziocinanti aprono dunque un campo di sfida
dialettica, in cui ha il sopravvento quella parte che ha il
permesso di passare all'attacco, mentre rimane certamente al di
sotto quella parte, che  costretta a restare soltanto sulle
difese. Perci pure i cavalieri vigorosi, stiano essi a rispondere
per la buona o per la cattiva causa, sono sicuri di riportare la
corona della vittoria se soltanto curano di avere la prerogativa
di condurre l'ultimo attacco e non si trovano impegnati a
sostenere un ultimo assalto dell'avversario. Come si pu
facilmente immaginare questo terreno di scontri  stato da ogni
tempo abbastanza spesso calpestato e molte vittorie vi sono state
conquistate da ambe le parti, ma per l'ultima vittoria che decide
della causa,  stato sempre provveduto affinch il difensore della
buona causa rimanesse egli solo padrone del campo, poich al suo
avversario venne proibito di pi impugnare le armi. Come giudici
di campo imparziali noi dobbiamo metter del tutto da parte, se sia
la buona o la cattiva causa quella per cui si battevano i
contendenti, e lasciarli dapprima definire la questione tra loro.
Pu darsi che, dopo essersi a vicenda pi affaticati che offesi,
essi comprendano da s la nullit del loro contendere e si
separino da buoni amici.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 252-254.
